Il licenziamento per mancato raggiungimento degli obiettivi: una fattispecie molto critica

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Con ordinanza n. 1604 depositata il 16 gennaio 2024 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’appello che ha condannato il datore di lavoro a reintegrare la lavoratrice nel posto di lavoro ed a risarcirle il danno.

La Cassazione ha ripercorso i motivi a fondamento della decisione: la Corte d’Appello, alla luce delle prove documentali e testimoniali acquisite nel corso del giudizio, ha dichiarato insussistente qualsiasi profilo di illecito disciplinare nei fatti contestati; ha escluso, inoltre, che i fatti contestati integrassero un intento della lavoratrice “di sottrarsi scientemente all’integrale esecuzione delle disposizioni e della prestazione” a lei richieste, poiché era emerso, al contrario, che la lavoratrice non avesse mai mostrato disinteresse o rifiuto dei compiti assegnatile, ed avesse compiuto quanto possibile per porsi nelle condizioni di eseguire le prestazioni, seguendo diligentemente il periodo di affiancamento con il “tutor”, richiedendo ausilio tra i colleghi ovvero supporto tra i referenti esterni; ed aveva avuto un’interlocuzione costante con il superiore ed i colleghi, come dimostrato dalle innumerevoli e-mails prodotte a dimostrazione della mancanza di un atteggiamento indifferente o evasivo.

Infine, la Corte di merito ha affermato che, seppure l’addebito mosso alla lavoratrice fosse stato da intendere nel senso del mancato raggiungimento dei risultati attesi dalla datrice di lavoro, nondimeno doveva tenersi conto della complessità del sistema in rapporto alle inesistenti esperienze informatiche della ricorrente nel corso del rapporto di lavoro, delle difficoltà tecniche operative del DBSS e del malfunzionamento del pc personale della lavoratrice.

Alla stregua di tali circostanze, secondo la Corte, quand’anche si potesse riconoscere nei fatti addebitati “un inadempimento nella sua materialità” esso risultava comunque deprivato di quel necessario carattere di illiceità disciplinare necessario per giustificare un licenziamento, in applicazione della consolidata giurisprudenza di legittimità che, ai fini della tutela, riconosce in tali casi l’applicazione dell’art.18, 4 comma della l. 300/70, come mod. dalla l. 92/2012.

In conclusione: un legittimo licenziamento disciplinare per mancato raggiungimento dei risultati attesi è una fattispecie molto difficile da integrare. Ciò in quanto l’obbligazione dedotta nel contratto di lavoro subordinato è tradizionalmente considerata “di mezzi” e non “di risultato”. Inoltre la contestazione di un fatto materiale non esclude la reintegrazione perché – secondo la giurisprudenza consolidata – il fatto, benchè sussistente, deve avere un rilievo disciplinare, altrimenti è assimilato al fatto insussistente, che comporta la reintegrazione.

 

A cura del Prof. Avv. e socio GPN Adalberto Perulli

 

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