Nuove modifiche al Jobs Act: sentenza n. 22/2024

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La Corte Costituzione con la sentenza n. 22/2024 ha statuito l’illegittimità costituzionale dell’art. 2 del d.lgs 23/2015 “disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti” eliminando l’avverbio “espressamente”.

La disposizione normativa originaria prevedeva la nullità del licenziamento nel caso in cui fosse discriminatorio o negli altri casi in cui la nullità fosse “espressamente” prevista dalla legge.

La motivazione che ha indotto la Suprema Corte a censurare la disposizione indicata riguarda la considerazione che l’inserimento di tale avverbio nel dettato normativo comportava l’esclusione dall’ambito applicativo della norma censurata di tutte le ipotesi in cui, pur ricorrendo la violazione di una norma imperativa, la nullità non era testualmente prevista come conseguenza della stessa.

In Giurisprudenza ed in dottrina si distingue tra nullità testuali, ossia quelle che prevedono espressamente la sanzione della nullità quale conseguenza della violazione di una norma imperativa, e nullità relativa, ossia quelle che, pur in mancanza di tale espressa previsione, derivano comunque dalla contrarietà a norme imperative ai sensi del primo comma dell’art. 1418 c.c.

Le nullità relative richiedono che – con riferimento ad ogni singola fattispecie – venga accertato se il Legislatore, con la prescrizione di norme imperativa, abbia anche inteso far discernere, dalla contrarietà dell’atto negoziale posto in essere, la sua nullità.

La previsione all’interno del disposto normativo censurato dell’avverbio “espressamente” – secondo quanto rilevato dalla Corte – determina una limitazione delle ipotesi di nullità solo quelle testuali con esclusione quindi di quelle virtuali.

In seguito all’intervento della Corte Costituzionale l’espressione “nullità prevista dalla legge” priva dell’avverbio “espressamente” sta a significare che la nullità si può configurare oltre che in presenza di una norma imperativa che espressamente sancisce la nullità anche nelle ipotesi in cui sia la giurisprudenza a definire una norma come imperativa. Ciò implica, quindi, che è l’ordinamento giuridico nel suo complesso a prescrivere come sanzione la nullità dell’atto.

A conferma di quanto sopra si precisa altresì che la nullità conseguente alla violazione di una norma inderogabile è sancita senza bisogno di una previsione specifica in quanto espressamente prevista dall’art. 1418 c.c.

La Corte nella sentenza indicata individua, inoltre, delle ipotesi in cui pur mancando un’espressa previsione di nullità viene comunque riconosciuta la sanzione della nullità.

Alcuni esempi indicati nella sentenza:

  • licenziamento per superamento periodo di comporto;
  • licenziamento per motivo illecito ex art. 1345 c.c., quale quello ritorsivo del dipendente ( Whisleblower);
  • licenziamento intimato in violazione del “blocco” dei licenziamenti econominici durante il periodo emergenziale covid;
  • licenziamento intimato in contrasto con l’art. 4, comma1, della legge 12 giugno 1990 n. 146 ( norme sull’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali);
  • licenziamento in violazione del diritto alla conservazione del posto del lavoro del lavoratore tossicodipendente assente per sottoporsi a cure riabilitative ( art. 124 d.p.r. 309/1990).

 

A cura del Avv. Simona Fontana

 

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